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Conservatori di antica data, avrebbe reso complementare, almeno a lume di logica, qualunque tipo di attività sociale e assistenziale. Invece, come spesso accade, la realtà era ben diversa. Un dispaccio partito da Napoli l'11 febbraio 1758 a firma del Marchese Brancone, reca una prima richiesta di informazioni al Governatore ed al Vescovo di Sessa, in relazione alla supplica di un gruppo di cittadini che vogliono fondare una nuova Confraternita con titolo "del Rifugio". Comprensibilmente si chiedeva da Napoli, in via ufficiosa, un parere delle Autorità locali sulla opportunità di fondare una nuova confraternita"... per il sollievo degli infermi e dei carcerati...". Si cercava di sapere nello stesso tempo se ce ne fossero altre con gli stessi scopi. La risposta decisamente favorevole non deve meravigliare. Sessa nonostante la più stabile situazione politica che, con la fine del Vicereame, vedeva sul trono di Napoli i re della dinastia borbonica, usciva in tristissime condizioni dalle conseguenze delle guerre di successione. Anche la situazione sociale, pur avviata col tempo a sostanziali modifiche, risultava ancora squilibrata nel rapporto fra potere locale e i tre ceti, ancora esistenti, dei nobili (anche se questi preferivano ormai sempre più spesso stabilirsi in Napoli), dei mediani e dei popolani. La diminuzione dei tributi per le spese di guerra e le meno frequenti soste dei soldati dei vari eserciti con tutti i danni che essi apportavano, saranno benefici non solo di lieve entità, ma anche di breve durata. Essi saranno malamente annullati infatti da un decennio, dal 1760 al 1770, che vedrà abbattersi sulla Città periodi di siccità, di piogge torrenziali e di epidemie: momenti difficili nei quali la novella Confraternita e le altre si prodigheranno come potranno per alleviare le sofferenze della povera gente.
Tornando al discorso iniziale, la relazione del Governatore, inviata pochi giorni dopo al Re di Napoli tramite il Cappellano Maggiore, risulta favorevole e da essa apprendiamo che anche il Vescovo aveva ritenuto necessaria la fondazione ditale novella confraternita "del Rifugio" e che anzi "... mercé la deplorevole miseria di molti infermi e carcerati che sono qui frequenti, non poté fare a meno di lodare la condotta dei ricorrenti...". E le altre Confraternite? Erano in quel tempo probabilmente in difficoltà: "... in Sessa al momento solo quella del S. Rosario somministra ai carcerati mezzo rotolo di pane bianco al giorno di domenica e un rotolo a Pasqua e Natale, niente per gli infermi...".
Impegno quindi auspicabile quello dalla nuova Confraternita, ma anche compito difficile dal momento che essa nasce, per restare praticamente per sempre, la più povera di tutte, mancando di ogni proprietà. Per questo i confratelli chiederanno subito anche il permesso di questua che gli verrà concesso però ufficialmente solo il 16 maggio 1761.
Intanto, in seguito alla suddetta relazione, il Re in data 18 marzo 1758 comanda che i confratelli richiedenti scrivano le regole del loro statuto e le rimettano per la approvazione al Cappellano Maggiore. Cosa che essi fanno in breve tempo e il 30 aprile 1759 le inviano a Napoli accompagnate da una lettera ufficiale di richiesta del Governatore: "... in adempimento impertanto di tali ragguardevoli ordini sono riverentemente a partecipare a V.M. che non esistendo in questa Città altra pia Congrega addetta all'uso sovradetto, da molti anni in qua, che taluni devoti veggendo le deplorabili miserie degli infermi e dei carcerati cominciarono a questuare per dentro di questa Città e di quel tanto di limosina lo distribuivano ai menzionati bisognosi e questi siccome cresceano, così si avanzava l'elemosina de benefattori ed il numero dei devoti suddetti fin tanto che questi cresciuti in buon numero risolsero di ricorrere all'innata sovrana clemenza della M.V. per implorare il Regio Beneplacito... La Congrega suddetta altro fondo non tiene se non che la settimanale elemosina e quelle che si ricavano da essa in resto di raccolta, le quali esattamente si registrano e si dispenzano a i sopraddetti infermi e carcerati oltre alle spese che occorsero ne i principi di detta Congrega per i suppellettili, dell'altare, sedili, stendardo, Crocifisso, lampioni ed altro ed in ogni anno se ne rendono i conti. Da quanto sopra appare evidente che in tale data la Confraternita era ormai operante già da vario tempo e ciò trova riscontro anche nella datazione di un dipinto su tela di proprietà della Confraternita stessa, attualmente ancora di facile lettura in molti particolari, esposto nella Cappella Cimiteriale dove evidentemente fu trasferito quando essa fu eretta. Tale tela, una donazione fatta alla Vergine o alla Chiesa, in basso nell'angolo sinistro, oltre al nome del donatore O. Frezza, riporta appunto la data del 1758. In tale anno la Confraternita viene rappresentata già in tutti i suoi elementi peculiari: al centro appare la Vergine col Bambino nei tradizionali colori rosa e celeste, rivolta a un confratello orante con il cappuccio alzato, con una mantellina verde su un sacco bianco (i colori della Confraternita ancora oggi). Dall'altro lato, rappresentato chiaramente dietro le sbarre, un carcerato in preghiera a testimonianza di una attività caritativa ben specifica.
Particolare attenzione merita, secondo noi, la figura di S. Antonio da Padova ai piedi della Vergine, presenza di difficile collocazione nell'insieme solo fino a quando non si ipotizza, con buone probabilità di essere nel vero, che ancora una volta dietro una confraternita ci sia la presenza del monachesimo ed in particolare quello francescano. Logica appare invece la raffigurazione di un altro santo e cioè di San Benedetto che è da porsi in relazione al fatto che la Confraternita, per i primi anni, trova ospitalità proprio nell'antica chiesa a lui intitolata, in origine affidata ai Benedettini e poi passata in proprietà della Curia. Di comprensibile interesse appare pertanto la raffigurazione, in piccolo nell'angolo inferiore a sinistra, ditale chiesetta anche in relazione alla situazione urbanistica del tempo. Comunque la permanenza della Confraternita in questa chiesa appare limitata a pochi anni, visto che essa ben presto si trasferirà, per motivi poco noti (il De Masi accenna a contrasti con il parroco), nella vicina chiesa di San Matteo, probabilmente in origine cappella gentilizia privata e successivamente parrocchia, ma in quel tempo sotto la giurisdizione del Capitolo e in condizioni di abbandono.
La cura delle anime infatti e la rendita annua di tale chiesa, erano state trasferite a quella più vicina e più comoda di San Giovanni a Piazza, già dal 13 giugno 1607 dal Vescovo Fausto Rebalio che ne aveva constatata sia la poca spaziosità che le non buone condizioni generali.
In considerazione di ciò, il 9 agosto 1760, dopo un decreto di assenso del Vescovo Mons. Granata, come si rileva da un regolare istrumento a firma del Notaio Fabrizio Francillo, il Capitolo Cattedrale cedette la suddetta
Chiesa di San Matteo alla Confraternita del Rifugio, naturalmente senza rendite e col "peso" tra l'altro del rifacimento e della successiva manutenzione del fabbricato, oltre ad altri obblighi come si vedrà dalla trascrizione in sintesi che diamo qui di seguito del documento in questione: "... Le condizioni sono, cioè prima che debba la detta Congregazione riceversi la detta chiesa così come trovasi al presente, senza rendita alcuna e bisognosa di molti ripari e riparamenti, da doversi onninamente dalla Congregazione colla sollecitudine più possibile, senza il minimo interesse degli cedenti, come ancora di mantenerla a sue proprie spese decentemente in ogni tempo futuro...". Seguono poi altre condizioni come quella di farvi celebrare alcune messe, di dotarla di una congrua rendita annua ecc. Si aggiunge inoltre (al punto 30) che "... essendo manchevole la Congregazione ne detti doveri fuori e in ciascheduno di essi, specialmente nella dotazione e mantenimento, debba eo ipso senza litigio o strepito giudiziario ritornare la detta chiesetta in perfetto potere e dominio del Capitolo con tutte le migliorazioni che si trovassero fatte..". Obblighi e clausole come si vede di non lieve entità, ma che certamente
non impedirono ai confratelli di rimboccarsi le maniche sia per ridare decoro a quella che da allora in poi sarà la loro chiesa, sia per meglio continuare nella lodevole attività assistenziale già intrapresa.
Mancando una documentazione successiva, anche e soprattutto a livello locale, si può solo ipotizzare quale possa essere stata la vita di tale Confraternita negli anni seguenti. Il discorso analogico con le altre in questo caso non può essere di aiuto: la specificità del campo prescelto per l'attività assistenziale e caritativa, la particolarità del culto devozionale, ma soprattutto la stessa data di fondazione che la porta ad essere, fino a quel momento, la più giovane, sono tutti motivi che inducono a ritenere il suo cammino, almeno per i primi decenni, certamente diverso da quello delle altre Confraternite sulle quali già agisce indiscutibilmente il peso dei secoli e delle varie vicende umane che fanno la storia di una Città. Se si volesse però fermare in una sola immagine o concretizzare in un solo aspetto quella che è stata prevalentemente l'esistenza della Confraternita del Rifugio, fino quasi ai giorni nostri, non avremmo dubbi nell'indicarlo in quel suo fiducioso "darsi da fare" nelle perenni ristrettezze economiche. Le poche notizie, come si diceva, reperibili su di essa dopo la documentazione a cui abbiamo già fatto riferimento all'inizio, rivelano chiaramente difficoltà ben note anche alle altre Confraternite, ma che in questa appaiono perennemente presenti: a più di un secolo dalla sua nascita essa appare ancora l'unica, addirittura nell'ambito provinciale, a non avere rendite di nessun tipo. Ciò è spiegabile soprattutto col fatto che il periodo dei lasciti, delle donazioni e dei legati che altre Confraternite o Opere Pie hanno ben conosciuto, è finito da tempo per tutte, non solo per la diversa spiritualità religiosa, ma anche per una normativa giuridica abbastanza limitativa in questo senso. Tale precarietà economica comunque, aggiunta alla particolare estrazione sociale dei confratelli tutti provenienti dai ceti meno abbienti (su 40 ben 31 firmano col solo segno di croce la stesura dello Statuto) non impediva, ma certamente favoriva l'approccio con i problemi e le esigenze, spesso con i bisogni più elementari, di quelle frange sociali meno tutelate nei loro diritti, in tempi decisamente non facili per nessuno. Eppure, quanto dignitoso impegno e quanta serietà nel rispetto degli accordi sottoscritti! quanto zelo nella conservazione della Chiesa! non c'è Vescovo nei tempi successivi che abbia mancato di sottolinearne, nelle periodiche "visite pastorali", la situazione di regolarità negli obblighi amministrativi e di culto, nel decoro e nella tutela degli arredi. Cosa non trascurabile se si apprende che nelle stesse visite non sempre le altre confraternite potevano vantare la stessa cosa pur non dimenticando, alla luce di quanto già detto, che su queste ultime si avverte il peso di oneri assunti molto tempo prima e in misura spesso notevolmente maggiore. In pari tempo si può facilmente immaginare quali possano esser stati i rapporti con le altre Confraternite, soprattutto con quelle più rappresentative e blasonate della Città, la cui rilevanza sociale ma anche economica si avverti per secoli nel tessuto cittadino.
La novella Confraternita non poté, per fare un esempio, non essere condizionata in un modo o nell'altro dalla stessa ubicazione della sua chiesa, posta proprio di fronte al Seggio dei Nobili detto appunto "di San Matteo". E per capire quanto quel luogo fosse al centro di dispute e controversie per tutto il sec. XVIII tra i vari ceti sociali, fino alla sua abolizione avvenuta nell'800, basta leggere le cronache degli storici locali antichi e recenti. Controversie che trovavano eco, e non poteva essere diversamente, anche nei rapporti fra le varie Confraternite. E nota a tutti, in proposito, la mai cessata questione della "precedenza" nelle funzioni religiose pubbliche quando, ieri come oggi, ogni Confraternita occupa posto ben preciso conquistato nel tempo in base a diritti di decananza o di altra natura.
Tale Confraternita infatti, il 27 febbraio 1762, praticamente nello stesso momento della sua nascita ufficiale, aveva ottenuto senza particolari difficoltà quel Regio Assenso, sia sulle Regole che sulla Fondazione, che le altre Confraternite attendevano ancora per legittimare la loro nascita avvenuta, per alcune, ben due secoli prima.
Per essere sorta in epoca borbonica, quella del Rifugio era sorta già pienamente legittimata da l'autorità del tempo e si era trovata, chiaramente non volendo, a scavalcare le altre con un diritto di decananza ineccepibile. La prima conseguenza era appunto quella che in ogni pubblica funzione o processione le spettava il primo posto, cioè la "precedenza", su tutte le altre. Quale potesse essere l'effetto sull'ambiente sociale e confraternale si può facilmente immaginare. Non saranno mancate immediate dispute, ma la prima di cui si ha ufficialmente notizia è quella relativa ad un esposto presentato nel 1787, alla Regia Camera, dall'Arciconfraternita del S. Rosario che per statuto e tradizione accoglieva solo elementi di provata nobiltà. La suddetta Confraternita si appellava al fatto che anch'essa, a differenza delle rimanenti, aveva ottenuto il Regio Assenso sulle Regole e sulla Fondazione. Dall'esame dei carteggi però, effettuato dal Governatore di Sessa, in quell'epoca Lorenzo Brizio, pur risultando vera tale affermazione, appariva altrettanto evidente il fatto che tale Assenso era stato concesso solo il 18 settembre 1776, cioè ben quattordici anni dopo quello concesso al Rifugio. Pertanto, sia per puntualizzare che per evitare il prolungarsi del contenzioso, il Governatore, informata la Reale Giurisdizione, si esprimeva in questi termini: "... e quindi da oggi innanzi, in qualunque pubblica funzione di processione od altro debba avere il primo luogo di precedenza la detta Congrega del Rifugio, il secondo luogo quella del S. Rosario, il terzo luogo quella di San Carlo ed in ultimo luogo quella della Misericordia. Così dunque eseguirete e farete eseguire se hanno cara la grazia regia e sotto pena di ducati duecento per ciascuno contravventore...".
Il tono abbastanza deciso dell'ordinanza e le prospettate sanzioni pecuniarie per eventuali inadempienze, avranno senz'altro sopita ma non smorzata del tutto la questione visto che la stessa era destinata ad avere, appena due anni dopo, un esito imprevedibile. Come apprendiamo dallo stesso documento, in buona parte ancora inedito, di cui riportiamo uno stralcio dei punti più importanti, la Confraternita del Rifugio cedeva spontaneamente a quella del Rosario quel diritto tanto contestato, con la stipula di un vero e proprio atto notarile. Esso fu redatto in Sessa l'11 aprile del 1789 "... hora vero decima sexta iam pulsata..." dal notaio Bettirai alla presenza del Magnifico Cristoforo Conte in qualità di Regio Giudice, testimoni il Sig. Don Scipione Cornelio (Vicario) e il Canonico Gioacchino de Nami. In rappresentanza della Reale Arciconfraternita del S. Rosario sono presenti Don Gaetano Monarca (Priore) e Don Salvatore Cresci (Assistente); per quella del S. Rifugio: Pascale della Gatta, Andrea Tommasino e Gaetano Pastena. Si tratta in pratica di una solenne convenzione da valere "da oggi in avanti ed in perpetuum..." con la quale la Confraternita del Rifugio "non per forza o dolo alcuno..."ma riflettendo che "... sarebbe stato atto di lodevole umiltà..." cede la precedenza, come si è detto, a quella del S. Rosario in cui sono arrollati gli individui delle più nobili e distinte famiglie (di Sessa)..." In cambio di questo atto di umiltà si chiede soltanto che tutte le spese relative siano a carico della Confraternita del Rosario e che questa si assuma per iscritto l'onere perpetuo di difendere in giudizio quella del Rifugio in eventuali controversie con le altre Confraternite della Città.
Riteniamo che a spingere quest'ultima a tale decisione sia stato non tanto la convinzione di compiere un "lodevole atto di umiltà" quanto il timore di affrontare lungaggini ed eventuali controversie giudiziarie, insostenibili per le esigue risorse finanziarie dei confratelli.
Non fu la prima, né sarà l'ultima volta che la precarietà economica finisce col condizionare la vita di questa Confraternita. Particolarmente significative appaiono in tal senso iniziative, come quelle che riportiamo qui di seguito, apprese dai verbali della stessa. Oltre per esempio a frequenti deliberazioni in cui si stabiliscono esenzioni dal pagamento dell'obolo annuale per confratelli vecchi e ammalati, capita più di una volta di trovarne altre abbastanza indicative dello stato momentaneo di povertà o comunque di difficoltà finanziarie: dal Verbale del 13 dicembre 1885 "... la Congrega, visto il non troppo florido stato delle sue entrate delibera farsi la festa del Santo Natale per oblazione tra i confratelli...". Ancora più indicativo appare quello dell'11 giugno 1888 relativo ad una riunione straordinaria "di una perdita non lieve che si è venuta a deplorare per cagiona della chiusura prendere provvedimenti immediati onde fare forti economie ne della chiusura delle sepolture..." (un provvedimento provinciale di qualche mese prima vietava infatti l'interro nelle Cappelle cimiteriali in attesa di verifiche comunali sulla sicurezza dal punto di vista igienico di tali sepolture). Udito quindi il parere di diversi confratelli, si approva all'unanimità un bilancio ridottissimo con precise indicazioni, anche se discutibili, di buona volontà. Il Padre Spirituale per esempio, si accontenta dell'onorario di £ 50 (invece delle 150 annue stabilite già dal 1886) "... celebrando ancora le Messe Festive nella chiesa ma senza applicazione, pagandogli a parte solo la Novena dei Morti..."; il Segretario, vedendo lo stato in cui si trova la Confraternita, rinuncia addirittura al suo onorario a condizione però che "... andandosene da Sessa, nessuno può forzarlo o molestarlo..."; l'Esattore Pietro Trinca, anche egli compenetrato della situazione, si accontenta di £ 30 annue invece di 50. Viene soppresso l'onorario dell'organista che "se dovesse servire, si pagherà a parte pro manibus...". Il problema maggiore resta quello del debito contratto per l'edificazione della Cappella Cimiteriale, non ancora completata in quel tempo. Il
Sig. Di Resta, appaltatore e creditore per tale fabbrica, si accontenta di avere per il momento solo £ 100 annue invece delle 200 pattuite, col pagamento però di £ 5 di interesse.
Sacrifici comunque per tutti, per i vivi e per i defunti: per due anni infatti vengono sospesi i suffragi a favore dei fratelli deceduti; l'Amministrazione però, con ammirabile senso di giustizia, decide di prendere nota di quelli che eventualmente sarebbero morti in quel periodo, in attesa di poter celebrare a loro suffragio in tempi migliori le cinque messe previste dallo statuto interno. È opportuno precisare a questo punto che l'edificazione della suddetta Cappella è certamente l'impegno finanziario più rilevante che la Confraternita abbia assunto dal giorno della sua fondazione: un'impresa per molti versi avventurosa fin dall'inizio, cioè dal 1872 quando il priore dell'epoca Antonio Bagni convince l'assemblea della necessità di dotarsi, come già altre Confraternite avevano fatto, appunto di un luogo idoneo alla sepoltura dei confratelli. Dalle poche notizie pervenuteci non sappiamo esattamente quando fu acquisito il terreno necessario, sappiamo però che dal 1872 al 1877, con le sole offerte settimanali dei Confratelli e con una spesa di £ 850, furono edificate le strutture perimetrali. Nel 1888, come abbiamo già visto, era ancora acceso un debito che sarà saldato solo dopo qualche anno, soprattutto grazie ad un antico (e provvidenziale) capitale decaduto di 50 ducati, riscoperto nel 1894 dall'Amministrazione dell'epoca. Questo capitale, del quale però non abbiano notizie più precise, rivalutato in £ 212, fu incassato dopo aver sostenuto e vinto una causa presso il Tribunale di Cassino, causa che fu possibile affrontare perché la Confraternita riuscì ad ottenere da parte della Prefettura il patrocinio gratuito che toccava di diritto alle Istituzioni riconosciute di Pubblica Beneficenza, ai sensi della legge 17 luglio 1890 art. 25.
Soldi provvidenziali veramente in quanto, oltre all'estinzione del debito residuo della Cappella, consentirono il pagamento anche di un altro debito contratto per rifare mozzette e vesti nuove. Con altre £ 30 fu acquistato un terrazzo attiguo alla Chiesa per ampliamento dell'angusta, originaria sacrestia dove ancora in quegli anni si tumulavano le ossa dei confratelli defunti, non essendo stato del tutto trasferito l'ossario alla cappella cimiteriale. Si pavimentò anche la Chiesa con "riggiole" per eliminare l'umidità (Verbale del 2 sett. 1894). L'acquisto del nuovo locale si presentava, in quegli anni, come qualcosa ormai di indispensabile per dare respiro maggiore ad una chiesa che, nella sua antica ed originaria limitatezza di spazi, sembrava ora non più idonea ad accogliere, non tanto la Confraternita nelle sue consuete attività spirituali ed organizzative, quanto le dimensioni di un culto popolare in continua crescita. Parliamo del culto per quella Vergine Addolorata che appare quasi all'improvviso nella vita della Confraternita. Essa infatti, come apprendiamo sempre dallo stesso verbale, solo nel 1879 viene collocata nella Chiesa grazie alla nicchia appositamente costruita (e recentemente abbellita e ampliata). Fino ad allora, ma non sappiamo da quando, il "Mistero dell'Addolorata" era stato custodito dalla famiglia Tamburrino.
Che cosa dobbiamo intendere per custodia? (abbiamo citate le testuali parole). Che significa esattamente quello che il verbale afferma? Che la Madonna era di proprietà della Congrega, ma veniva custodita (per questioni di opportunità, di spazio ecc.) da una famiglia privata o invece che era di proprietà di tale famiglia e veniva poi, per così dire, ceduta annualmente alla Confraternita per la Processione? Secondo noi è più logica la seconda ipotesi che non dovrebbe meravigliare molto se si pensa che anche la famosa Processione dei Misteri di Taranto ha avuto la stessa origine: le statue dell'Addolorata e del Cristo Morto, proprietà della nobile famiglia Calò, furono da questa donate nel 1765 alla Confraternita del Carmelo proprio con l'impegno di portarle in processione il Venerdì Santo. Molti altri elementi avvalorano a nostro parere, l'ipotesi che la organizzazione della processione attualmente del Sabato Santo sia stata quasi un fatto occasionale istituzionalizzatosi poi nel tempo. D'altronde le condizioni economiche notoriamente difficili, non avrebbero certamente consentito a tale Confraternita la committenza di statue per di più lignee e di apprezzabile fattura, come si vede. Poco credibile, almeno per come ci è giunta, appare la tradizione di un dono di un carcerato, tradizione che porrebbe molti altri interrogativi. Diciamo intanto che la occasionalità può essere stata determinata proprio dal venire in possesso, provvisorio o definitivo, richiesto o non, delle due statue e tale fatto può avere indotto la Confraternita a farne l'unico uso possibile e cioè quello di portarle in Processione e presentarle così alla vivissima devozione già esistente in Sessa per l'Addolorata. Di quanto fosse esteso e sentito tale culto, sono testimonianza ancora oggi non tanto le pur note immagini di questo tipo conservate in tutte le chiese della Città (a cominciare dalla bellissima tavola quattrocentesca nella Chiesa dell'Annunziata) quanto quelle poco note e di gusto popolare delle edicole che s'incontrano tanto spesso nei vicoli di Sessa: su otto edicole ancora esistenti e visibili nel centro storico (non incluse quelle numerosissime che appaiono all'interno di portoni, cortili, ballatoi ecc.) ben sei hanno come tema l'Addolorata e, se si tiene conto della loro origine generalmente seicentesca, non si può non constatare come tale culto prevalesse su quello comunque già radicato della stessa Madonna del Popolo, protettrice della Città: testimonianze di una religiosità popolare che, riversando nel vissuto quotidiano della gente i momenti drammatici della Passione, fa sì che essa si riconosca più facilmente nella Madre che come tale condivide le sue sofferenze. Ne è prova quanto apprendiamo da un verbale del 7 maggio 1893 che riportiamo testualmente: "L'anno 1893 essendo una siccità, il popolo gridava acqua, allora fu che col permesso del Vescovo pro tempore D. Giovanni Di Amaro. L'Amministrazione pro tempore della Confraternita del Rifugio, priore Antonio Brosco ed Assistenti Sig. Antonio Bagni, Marco Cecere e Domenico Di Resta fu portato il Mistero del Cristo Morto con l'Addolorata in processione al Duomo il giorno dodici aprile soprascritto anno, ed il giorno cinque maggio fu ritirato (l'Addolorata rimase esposta al Duomo per 23 giorni, n.d.a.). Tanto quanto uscì quanto fu ritirata con solenne processione, cioè quanto fu portata processione di lutto, al ritorno processione di gloria per la grazia ricevuta della pioggia, accompagnata da musica, predica e dal Parroco".
Fin qui la storia: le notizie successive, siano più o meno importanti, per essere ancora a memoria d'uomo, sono solo cronaca che altri continuano ad annotare con la stessa scrupolosità di chi li ha preceduti nel tempo, in quei libroni che scandiscono la vita di questa come di altre Confraternite. Abbiamo voluto, intenzionalmente, fermare il nostro discorso a questo punto ritenendo che più di ogni altro dato storico, più di ogni altra notizia, questa immagine dell'Addolorata che ritorna "con gloria" nella sua chiesetta, possa meglio e concretamente realizzare quell'idea del "Rifugio" così come certamente l'intese quel gruppo di umili uomini che due secoli e mezzo fa, volle porsi cristianamente al servizio degli altri.
Testo a cura del prof. Antonio Varone
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